Giuseppe Montaldo
Fisica quantistica

Scienza: nel Dna resta memoria di esperienze dei nostri antenati

 

WASHINGTON – I nostri comportamenti, le nostre reazioni al presente, potrebbero essere influenzati da eventi accaduti in passato, che hanno riguardato i nostri antenati e che sono stati trasmessi a noi mediante una forma di ‘memoria genetica’.
A dirlo, alcuni studi su topolini che mostravano che un evento traumatico poteva alterare il Dna dello sperma e quindi i cervelli e i comportamenti delle successive generazioni. La ricerca della Emory University School of Medicine e’ stata pubblicata sulla rivista Nature Neuroscience. I topi erano stati ammaestrati ad aver paura di un odore simile a quello dei fiori di ciliegio. Analizzando lo sperma degli animali, gli scienziati hanno mostrato che una sezione del dna responsabile della sensibilita’ all’odore di fiori di ciliegio risultava piu’ attiva. Inoltre, sia la successiva generazione, che quella ulteriore, era estremamente sensibile all’odore dei fiori di ciliegio e tendeva a evitarlo nonostante non lo avesse mai percepito. [Fonte]
 


Luigi Pirandello precursore del grande matematico Kurt Gödel?

 

Matteo Bonsante

(25.08.2009)
 

Nel 1930 Kurt Gödel, un giovane studioso di 24 anni, dimostrava un inaspettato e fondamentale teorema di matematica detto: teorema di incompletezza.
La memoria con la quale Gödel presentava il suo lavoro aveva il seguente titolo: 

Sulle proposizioni formalmente indecidibili dei Principia Mathematica e dei sistemi affini. 

Semplificando, il teorema di Gödel «mostra come sia impossibile dimostrare logicamente, all’interno di un discorso, la contraddittorietà o la non contraddittorietà di tutte le affermazioni possibili in quel discorso stesso» (Grande Dizionario Enciclopedico UTET).
 


Christiane Apprieux, "La forza dell’elemento"
 

Con la sua dimostrazione Gödel affermava in definitiva due verità: 

1° che la matematica è una ‘costruzione’ che non può avere fine. (E ciò è di immediata intuizione). 

2° che vi possono essere, all’interno di un sistema logico-deduttivo, delle ‘proposizioni’ per le quali non si è in grado di decidere se siano vere o se siano false. E che soltanto un sistema più ampio, a sua volta, potrebbe essere in grado - ma non necessariamente - di decidere della verità o falsità di tali proposizioni.
Questo, in estrema sintesi, è ciò che dichiara il teorema di Kurt Gödel. 

Al suo apparire, questo teorema destò molto stupore e molto scalpore per le rilevanti conseguenze che da esso derivavano per l’intero edifico della matematica, e non solo della matematica. 


E, per le sue implicazioni pessimistiche (l’uomo non potrà mai dare una lettura coerente ed esaustiva del mondo), questo basilare teorema è stato sovente accostato al romanzo Il Castello di Franz Kafka (1). Comparazione calzante e molto suggestiva: se infatti non si può essere sicuri delle stesse proposizioni dell’aritmetica come si può pretendere di cogliere definitivamente e compiutamente il grande sistema che governa e regge l’intero universo? Nel castello delle scienze, dunque, non c’è alcuna porta che possa condurre alla verità assoluta, definitiva. 

Ma fatto ancor più sorprendente - e crediamo finora non rilevato - è che di questo stesso teorema, per strade completamente diverse, Luigi Pirandello riusciva a dare nel 1916 - una quindicina di anni prima, quindi - una sorta di ‘dimostrazione-vicenda-vissuta’ col suo racconto: “La signora Frola e il signor Ponza, suo genero”. E, l’anno dopo, nel 1917, una ‘dimostrazione-drammatizzata’ con la commedia: Così è (se vi pare). Parabola in tre atti, ispirata allo stesso racconto. 

Pertanto se quello che ci accingiamo a mostrare risulterà convincente, soprattutto il racconto del 1916 potrebbe essere a pieno titolo definito - mutuando i termini da Gödel stesso - come Il racconto della indecidibilità. 

Indecidibilità, come già accennato, non rispetto a problemi di natura matematica, ma rispetto ad alcuni strani casi di vita vissuta, quelli occorsi al signor Ponza e a sua suocera, la signora Frola.
Riassumiamone brevemente l’intreccio. 

Il problema con cui il grande drammaturgo intende cimentarsi (da cui il sottotitolo: parabola in tre atti) è quello, antico e nobile, della ricerca della verità.
La vicenda si svolge a Valdana “città calamita di tutti i forestieri eccentrici”.
La nuova stranezza che viene a turbare i cittadini di Valdana “città disgraziata” è dovuta al fatto che il signor Ponza, funzionario di prefettura, sua moglie Lina e la signora Frola, sua suocera, vi si trasferiscono dopo che un terremoto ha raso al suolo il loro paese di origine. 

Per la piccola comunità di provincia, la stranezza sta nella circostanza che il signor Ponza – “uomo tozzo, con folti capelli ispidi” - impedisce alla suocera – “di una malinconia senza peso” - allogata da lui stesso in un appartamentino lontano dalla sua propria abitazione, di vedere sua moglie, Lina, la figlia della signora Frola. Pur occupandosi della anziana donna – “dall’aria dolce e di vaga malinconia” - con solerzia e ogni possibile cura. 

Interrogata dai vicini di casa sul comportamento inusitato e severo del signor Ponza, la signora Frola cerca sulle prime di scusare l’apparente egoismo del genero dicendo che lui, il signor Ponza, agisce sì, con egoismo, ma lo fa per l’esasperato amore che porta alla sua figliola, a Lina. E lei stessa, la signora Frola, è contenta di questo equilibrio raggiunto, e non vorrebbe forzare “questo mondo chiuso d’amore” interponendosi tra i due.
Del resto non è vero che lei non veda sua figlia. Una, due volte al giorno si reca da lei. Entra nel cortile della casa dove essa abita, suona al campanello e subito lei, Lina, si affaccia di lassù, dall’ultimo piano del grande caseggiato, e le due poverine, mamma e figlia, si scambiano brevi cenni di saluto e alcuni bigliettini per mezzo di un cestello calato con una fune dall’alto del ballatoio. 

Ma interrogato a sua volta su questa strana vicenda, il signor Ponza offre ai sempre più attoniti e sbigottiti cittadini di Valdana una diversa verità.
La sua attuale moglie - confessa il funzionario prefettizio - non è Lina la figlia della signora Frola, ma Giulia la sua seconda moglie.
Ed è stato proprio il dolore di aver perduto la figliola a causare la pazzia della anziana donna. E a lui tocca, ora, assecondarla in questa pietosa bugia. Le fa credere che Giulia sia Lina, e lei - la signora Frola - è così acquietata, rasserenata, contenta. Contenta di sapere sua figlia ancora in vita, anche se con ogni evidenza segregata in casa. 

Siamo dunque in presenza di due verità - quella del signor Ponza e quella della signora Frola - che si equivalgono e si escludono. 

La comunità della piccola città di provincia, pettegola e intrigante, è sempre più ossessionata dal bisogno di sapere come stiano effettivamente le cose e chi dei due sia l’ammalato:
- “il pazzo, per forza di logica, deve essere o l’uno o l’altra!”. 

Per capire cosa si celi dietro questo garbuglio di opposte verità, i vicini di casa decidono di riconvocare la signora Frola che, con grande turbamento e sofferenza, confessa di aver taciuto la verità fino a quel momento per non arrecar danno alla carriera del genero: ma in verità il pazzo è proprio lui! “La sua pazzia consiste in questo: nel credere che sua moglie sia morta da quattro anni e nell’andare dicendo che pazza è lei, la signora Frola che crede ancora viva la sua figliola”.
Tanto pazzo da essere stati costretti, per alleviare le sue sofferenze, a dover simulare un secondo matrimonio con la stessa sua figliola, Lina.
Ma lei, la signora Frola, è contenta così, anche se le è proibito perentoriamente di vedere da vicino sua figlia. 

“E ciascuno ha per la presunta pazzia dell’altro la considerazione più squisitamente pietosa” leggiamo nel racconto del 1916. 

Tutta Valdana ormai è in preda a un grande borboglìo e un vero marasma mentre questa strana vicenda diventa sempre più intricata e inestricabile. 

Se il sipario calasse a questo punto della commedia, saremmo in presenza di un caso di autentica indecidibilità (2). Né i personaggi in scena, né gli spettatori in teatro, né Pirandello stesso sarebbero in grado di stabilire se pazzo sia il signor Ponza oppure la suocera, la signora Frola.
Saremmo cioè in presenza di un ‘contesto’ all’interno del quale non è possibile stabilire la verità tra due possibili alternative. 

E ciò sarebbe, secondo noi, una sorta di dimostrazione drammatizzata e ante litteram del teorema di indecidibilità di Gödel. 

Ciò che in realtà Pirandello vuole mostrare - e nella commedia lo si coglie con maggior agio - è la precarietà del pensiero umano nel leggere la realtà. Realtà che può apparire di volta in volta o molto concreta e oggettiva, salda e dura, oppure molto sfumata e incoerente, labile e fantasmatica: “quale è la realtà, quale è il fantasma?” si chiedono allibiti i cittadini di Valdana. 

Ma per forza di intuizione poetica Pirandello riesce a spingersi là dove la matematica nemmeno si propone di arrivare.
Con un vero colpo di teatro, o meglio, con un vero colpo di genio, Pirandello fa entrare in scena, in una atmosfera di cupa e incontenibile tensione - schiva e frusciante - la signora Ponza, l’unica in grado di dire se lei stessa è in realtà Giulia, la seconda moglie del signor Ponza, oppure Lina, la figliola della signora Frola. Sollecitata a sciogliere il grande enigma la misteriosa figura sussurra: 

- “La verità? E’ solo questa: che io sono, sì, la figlia della signora Frola - ma sono anche la seconda moglie del signor Ponza - sì, e per me nessuna! Nessuna! Per me io sono colei che mi si crede”. 

Dunque se il racconto del 1916 mostra un caso di autentica indecidibilità (3), con la commedia del 1917 Pirandello intende andare oltre, e sembra voler dire che la Verità è una ricerca e un approdo essenzialmente umani (“io sono colei che mi si crede, e per me nessuna” sussurra la vaga signora Ponza) di cui l’uomo non può fare a meno, come non può fare a meno di respirare. 

La stessa divinità, in sintesi estrema - la Verità Somma - è semplicemente ciò che noi stessi, uomini transeunti e in-finiti (dunque non finiti, dunque relativi), riusciamo a intuire di essa, a creare per essa, a pensare di essa, a postulare per essa.
Tutti gli dèi e tutti i miti creati in tutte le epoche per soddisfare la nostra sete di assoluto sono semplicemente delle pagliuzze d’oro staccatesi dal volto senza volto del dio senza nome. 

Senza nulla togliere ‘alle grandi religioni’, poiché tutte colgono qualcosa di essenziale della natura cangiante, imprendibile e infinita della divinità. 

In questo modo, crediamo, possa istituirsi un rapporto congruo e convincente tra il teorema di indecidibilità di Kurt Gödel del 1930 e la commedia ‘Così è (se vi pare)’ di Luigi Pirandello del 1917 (4).
(Se vi pare). 

 

(1) Il signor K. - il protagonista de Il Castello - si muove, esamina, si affanna, scruta, cerca, si aggira tra labirinti e divieti, conduce inchieste, pone domande… in un girare senza posa e senza termine. E soprattutto senza raggiungere alcunché di definitivo. 

(2) Ricordiamo che il racconto del 1916 termina con l‘impossibilità’ di poter stabilire chi dei due sia il pazzo. 

(3) Di passaggio, segnaliamo che uno tra i tanti casi di indecidibilità nel più generale campo della ’lingua’ è quello relativo alla seguente proposizione: ‘la matematica è una scoperta oppure è una invenzione’? Cioè gli enti matematici preesistono all’uomo (e sono dall’uomo scoperti) o sono libere e coerenti creazioni dello spirito umano (e quindi invenzioni dell’uomo) ? 

(4) E in ogni caso si è voluto alludere alla circostanza che atteggiamenti umanistici (Pirandello, Kafka, etc.) e atteggiamenti scientifici (Heisemberg, Gödel, etc.) attorno agli anni Venti, anno più anno meno, erano agitati — pur percorrendo strade diverse — dagli stessi problemi rispetto al concetto di ’verità’" 

Matteo Bonsante 


INCROCI n°10 luglio-dicembre 2004 (Adda Editore – Bari)