Giuseppe Montaldo

Nasciamo o moriamo alla vita?


(Joaquin Grau – traduzione di Maria Luisa Cozzi) 


Immaginate un feto che nuota in una vasca piena di endorfine. Cullato dall’acqua, sonnolento, molto rilassato, senza motilità gastrointestinale, senza respirazione, senza gravità, con un senso di pienezza, di coscienza espansa… Impossibile concepire, dalla nostra percezione beta, lo stato indubbiamente di estasi in cui vive ogni bambino nella fase intrauterina. È quello che chiamiamo paradiso; l’Arcadia felice a cui tentano di tornare gli eroinomani con la loro morfina falsa, non endogena. Ma è proprio così? Ogni bambino nel grembo materno è un Adamo o una Eva prima della cacciata dal paradiso? Diciamo che potrebbe esserlo, che questa è la pienezza di vita che offre una coscienza non scissa dalla dualità beta del frutto dell’“albero della conoscenza del bene e del male”. Ma, sfortunatamente, le aggressioni che giungono al feto dal nostro mondo attraverso la madre lo colpiscono e ogni colpo è un impatto quasi mortale. E così, ora colpito ora cullato, si avvicina alla porta che comunica con l’orrore del vuoto, con l’orrore di qualcosa di sconosciuto che, per il fatto di essere sconosciuto, non è, e, per il fatto di non essere, è morte. Un giorno – un giorno che il bambino non può prevedere, ma noi, che abbiamo la nozione del tempo perché siamo in un altro mondo, sappiamo corrispondere al nono mese di gestazione – l’oceano che lo conteneva, dove il bambino aveva spazio per volteggiare felice, avvicina le sue rive di carne tesa, di carne pietrosa per arrivare a stringerlo in un abbraccio paralizzante, quasi mortale, terribile come l’abbraccio granitico delle pareti di un loculo tombale. E poi quegli spintoni tremendi, quel singhiozzo di pareti di carne contrattile che lo caccia in un collettore di acque sporche, con sangue e feci. E in questo collettore dove affoga, dove deve strisciare per ore, a volte per giorni, ora immobilizzato ora spinto, e sempre e solo aiutato da questa morfina pietosa che lo droga fino ad anestetizzarlo completamente, a volte; fino a fargli vivere molte volte quella perdita di coscienza che è una morte dolce, una morte a cui il bambino, spossato, si affida felice. Ma torna alla vita, e, se il parto si prolunga, muore una volta e poi un’altra, fin che un angelo terribile ma pietoso lo afferra da questo tunnel del terrore che è il condotto vaginale per portarlo in un altro luogo, in un mondo che neppure può immaginare, un mondo in cui stranamente ci sono esseri che ridono felici, che gli danno il benvenuto senza capire che lui è stato cacciato dal paradiso, che per lui nascere non è stato andare alla vita ma semplicemente morire, perché la sua coscienza è ancora quella d’un organismo acquatico simbiotico che si sente un delfino. Piango – ci dice il bambino nascendo – non vedi come mi agito nel pianto? Non vedi come mi tremano il corpo e le mani? Il mio corpo è così sensibile che perfino le tue labbra mi fanno male. Ma anche se mi fanno male baciami, madre mia, baciami, accarezzami. Ho bisogno di abbracci. Ho bisogno di te. Amami, te ne prego. Ma questo messaggio si perde. Il nostro cervello da adulti, incapace di comprendere il dolore del bimbo, ci dice che dobbiamo essere contenti. Il bimbo è nato, è vivo – questo versante per noi è la vita, non la morte – e non solo è vivo, ma senti che polmoni, come piange! Secondo noi che siamo su quest’altro versante dei ritmi cerebrali, questo pianto è quasi un saluto gioioso, l’osanna del bimbo che finalmente emerge come un Poseidone dalle profondità amniotiche. Ma non è così. Non dimentichiamo che alla nascita il bambino è tutto sensibilità, che non solo s’incontra con l’ignoto, ma pure entra in quello che per lui è un mondo nuovo con un corpo aperto a tutte le sensazioni, senza difese, un corpo che è come una piaga viva. E neppure dobbiamo dimenticare che il bambino giunge da un luogo dove la vita si posa sulla soave pregnanza di un letto d’acqua, con luci crepuscolari, con suoni spenti, sofronizzanti… E cosa capita a questo piccolo delfino quando sale in superficie, quando viene scagliato nel nostro mondo beta? Questo piccolo delfino, dalla pelle soffice, che giunge al nostro mondo stanco, indolenzito, quasi agonico, si trova addosso luci forti, accecanti, che feriscono i suoi occhi. Certo che chi va a preoccuparsi di queste luci, se tutti i bambini nascono con gli occhi chiusi, ciechi al mondo? No, nessun bambino nasce cieco alla luce. Uscendo dalle vie genitali, pur uscendo arrossato, stritolato, ogni bimbo apre curioso gli occhi. Apre degli immensi occhi meravigliosi che deve subito chiudere accecato, ferito dai fari. È questo il momento in cui il bimbo che veniva dalla penombra lancia il suo primo grido, il più straziante. Sono esplosi mille soli sulla sua retina! Lo stesso accade coi suoni. Niente di più sensibile e fragile delle orecchie del bambino, forse già rovinate – quando era un delfino – dalle grida di discussioni esterne al suo mondo. Queste orecchie, d’organismo acquatico, fatte per il mormorio, protette dai faraglioni del ventre materno, devono affrontare la brutalità di bocche che gridano, ridono felici e dicono la loro, con rumori metallici, acuti, che feriscono, che assordano, con tutta una girandola festosa che lo obbliga a portarsi le mani alla testa con un gesto di dolore insopportabile. Poi, senza tregua, l’acqua che lava, che toglie una protezione ancora necessaria, un’acqua che egli sente sempre fredda sul suo corpo ora più nudo: un freddo che non dà solo i brividi alla pelle, ma è anche e soprattutto espressione emozionale di abbandono, di disamore. E la salvietta!
Il rude sfregamento della carta vetrata su una pelle quasi senza epidermide; una carta vetrata che brucia, che è fuoco sulla pelle da delfino lavata del bimbo, soffice pelle che fino a quel momento aveva conosciuto solo la carezza delle mucose materne.
Povera creatura! Da qualche ora – o, peggio, magari giorni – le contrazioni gli hanno annunciato che doveva essere scaraventato nel vuoto e ha sofferto l’agonia di una morte: è morto alla sua vita nell’utero e ora, dopo una morte, si trova nei tremendi tormenti di un inferno devastante, i cui supplizi sembrano senza fine. Perché il più terribile dei tormenti può non essergli ancora arrivato, dipende dalla premura o meno della levatrice o dell’ostetrico: premura, quasi sempre, nel tagliare il cordone ombelicale del bambino, che andrebbe lasciato intatto finché pulsa, in quanto aiuterebbe ancora una dolce respirazione, e invece no, non è così: le mani che credono di aiutare – mani immense, spettrali, mani guantate – tagliano improvvisamente, brutalmente, un condotto vivo, e il bambino, che ha sofferto tante agonie di morte da quando ebbero inizio le contrazioni – e, in molti casi, mesi prima dell’inizio delle contrazioni – soffre ora la peggiore delle morti. Ora sì che si sente bruciare nelle fiamme dell’inferno; perché l’ossigeno, questo gas corrosivo, ardente, che nessuno sa spiegarsi come possa essere l’elemento costitutivo della nostra vita, entra in un corpo dalle mucose vergini, nelle morbide mucose del nostro piccolo, indifeso delfino.
Morso nelle viscere, il piccolo si agita, trema, si chiude e rigetta, sputa congestionato, convulso, agonico e, attraversato da tutto il fuoco dell’inferno, rompe in un pianto convulso, da essere ferito a morte, da essere che muore un’altra volta. E apre e riapre la bocca, boccheggia come un pesce tirato fuori dall’acqua, ma questo boccheggiare non è cercare l’aria, è semplicemente cercar di strapparsi via l’amo di ossigeno che lacera il suo corpo. Non c’è da stupire che questo primo contatto del suo mondo interno con quello esterno provochi più un rifiuto che un abbandono felice. No, non è l’abbraccio di un mondo che riceve un altro mondo: quest’incontro è la vittoria dell’aria e dell’amo. Il mondo esterno, il mondo dell’aria ha vinto, e il bambino e l’amo sigillano il patto anomalo di una nuova vita sorta dal dolore. Che inevitabilmente, a causa in gran parte della nostra incomprensione, non solo viene, ma va al dolore. Da quest’altra parte dello specchio, noi tutti che aspettavamo questa nuova vita celebriamo il pianto di agonia del bambino come se fosse un grido di giubilo; contenti, col bambino appeso per i piedi, a testa in giù, dandogli colpi e mantenendolo affacciato in cima a un vuoto terrificante, un vuoto che è espressione emozionale della morte, celebriamo l’arrivo di una vita inedita, di un bambino che crediamo sia nato – se non mostra imperfezioni fisiche – senza danni, mentalmente non inquinato, senza problemi, coraggiosamente disposto a iniziare una nuova vita. E perché tutto sia più perfetto fasciamo il bambino, ossia lo rinchiudiamo in una cella con pareti che opprimono il suo corpo, e poi lo mettiamo trionfanti nella culla con le lenzuola pulite, che perciò crediamo che siano il letto perfetto, e lo lasciamo lì, convinti che il nostro piccolo è l’essere più felice del mondo. Senza renderci conto – a tal punto abbiamo dimenticato il mondo theta in cui anche noi abbiamo vissuto un giorno – che nella culla, senza compagnia, senza una mano amorosa cui afferrarsi, il piccolo, che prima per tutto il tempo è stato intimamente unito a un altro corpo, a un’altra vita, sta soffrendo il terribile tormento dell’abbandono, della più paurosa delle solitudini. Quest’essere appena sorto dalla morte, che ha sofferto tutti i tormenti dell’inferno, che vive nella prigione dei pannolini, ora sente il terribile freddo della segregazione. Lui così fragile, lui che non può sopravvivere senza aiuto, è solo. Nessuno gli dà calore, nessuno gli dà amore, nessuno va ad aiutarlo, e ancora una volta agonizza. Così nasciamo. Questa descrizione potrebbe essere ancor più drammatica se si tiene conto che un utero ostile – malattia della madre, figlio indesiderato, minaccia d’aborto, e molte altre emozioni tossiche – è all’origine di un cattivo transito vaginale e di una peggior nascita. Si tratta, tra l’altro, dei nati con parto cesareo, carenti di orientamento spaziale e carenti della necessaria frizione vaginale della pelle per attivarla; e dei nati podalici, che non vedono la luce dell’altro mondo, che passano per un canale asfissiante di tenebre senza fine; dei nati col forcipe, condannati a una brutale oppressione craniale; di quelli che sono stati forzati a nascere mediante parto indotto, sempre in disarmonia con la matrice natale; dei nati con il cordone ombelicale intorno al collo, psicologicamente impiccati, con la testa separata dal corpo; dei nati gemelli, forse affratellati dalla battaglia per sopravvivere o forse combattenti – vittoriosi o sconfitti – d’una guerra territoriale…
Non serve andar oltre. Basta quanto fin qui spiegato per capire che gli standard dei danni della nascita sono le matrici fondamentali con cui scriviamo i testi di quasi tutte le nostre malattie. Ed è ugualmente certo che ogni trance agonico – ogni nascita lo è – produce al tempo stesso momenti di cessazione del dolore che inducono (data l’intensità della sofferenza che cessa e date le caratteristiche della coscienza a ritmi di onde lente del neonato) a stati di pienezza oceanica, con estasi che tutto lascia intendere che sommergono il bambino e lo sciolgono nel magma della coscienza globale. È il suo rifugio, forse il suo unico rifugio. Dove lo porta, drogato, la morfina endogena.
(Joaquin Grau)