Giuseppe Montaldo
Gli emisferi cerebrali

(Joaquin Grau – traduzione di Maria Luisa Cozzi) 

Ma che cosa è successo perché la scienza meccanicista, finora sacralizzata, abbia cominciato ad essere fortemente messa in discussione? I processi celebrali continuano ad essere un’incognita quasi totale per la scienza. Ma c’è qualcosa che possiamo affermare: i quattro grandi livelli di frequenza di onde elettriche celebrali che ci mostra un elettroencefalografo (EEG). Ho scritto: «Che ci mostra un elettroencefalografo »: sia chiaro, pertanto, che questa realtà è la realtà di uno strumento elettronico e che, pur essendo sicuro che questi quattro livelli di frequenza possano essere costatati oggettivamente, ciò non significa che i piani di coscienza siano solo quattro. 

 

Quel che si fa con l’EEG è porre il punto di partenza dell’attività vitale appena sopra una linea che corrisponde alla risposta piatta. Ovvero appena sopra una linea – a cui si dà un valore zero – in cui consideriamo che una persona sia morta perché le onde elettriche cerebrali non mostrano attività sullo schermo dell’EEG.
A partire da questa linea zero osserviamo che la vita, nel suo processo filogenetico2, è andata aumentando la frequenza delle onde cerebrali man mano che andava accumulando maggior complessità. Così, da un iniziale ritmo cerebrale – o stato di coscienza – che semplicemente dovette superare in una frazione di H3 quello che noi consideriamo risposta piatta, siamo giunti, nella specie umana adulta, a una frequenza che raggiunge i 35Hz e oltre. E questa banda di ritmi cerebrali, che va da poco più della risposta piatta fino a 35Hz e oltre, è quella che l’EEG divide in quattro grandi gruppi o stati di coscienza. Il primo gruppo – il più lento – è il cosiddetto ritmo di onde delta, la cui frequenza va da 0,5 a 4Hz. È lo stato di coscienza che ci caratterizza durante il sonno senza sogni. Quando sogniamo, i ritmi cerebrali sono diversi da tutti gli altri: sono ritmi estremamente complessi, talmente complessi che il sognare si considera uno stato paradosso. Mentre invece il ritmo delle onde delta è quello del riposo con amnesia, i momenti del sonno in cui non sogniamo e dei quali, al risveglio, non abbiamo coscienza. Si tratta anche del ritmo che riproduce l’ipnosi profonda, quella che ci sommerge in uno stato di apparente non coscienza. Il secondo gruppo è quello detto ritmo di onde teta, che va dai 4 agli 8Hz di frequenza. È uno stato di coscienza caratterizzato da alta creatività, così come da alta emotività. È lo stato ipnagogico, quello che appare alla soglia del sonno. Ed è anche, per le ragioni che spiegherò in un altro capitolo, il ritmo a cui dobbiamo effettuare la terapia anateoretica. A questo ritmo, inoltre, il paziente è cosciente di quanto avviene nella terapia. Il terzo gruppo è il cosiddetto ritmo di onde alfa che va dagli 8 ai 14Hz. È uno stato di coscienza caratterizzato da una grande pace e tranquillità. È quello che corrisponde a un buon rilassamento. Il quanto gruppo è il cosiddetto ritmo di onde beta, che va dai 14 ai 35 e fino ai 50Hz. È quello che corrisponde allo stato di veglia: uno stato teso e di allerta che implica azione, fisica o mentale. È lo stato che ci porta a vedere che c’è qualcosa fuori di noi, qualcosa che ci è estraneo. Ciò in contrasto con gli altri tre gruppi di ritmi che sono soggettivi, che non percepiscono una realtà esterna. Per i ritmi delta, teta e alfa tutto è dentro di noi. Prima che l’EEG ci mostrasse queste quattro grandi bande o gruppi di percezione, va sottolineato che la filosofia cinese possedeva già un proverbio che dice: «La vita o, che fa lo stesso, l’Intelligenza dorme nella pietra, sogna nella pianta, è vigile nell’animale e sa di essere sveglia nell’uomo».
Oggi ormai postuliamo che tutto è coscienza, che tutto ha vita, e se della pietra possiamo accettare che dorma, che si mantenga nello stato delta, della pianta non solo possiamo accettare, ma anche sappiamo, che possiede aspetti della percezione dello stato theta. Così come sappiamo che le frequenze alfa sono incluse già nell’attività cerebrale di molte delle specie animali. E nessuno dubita che le onde beta mature siano specifiche dell’adulto umano. Se inglobiamo in un solo gruppo i ritmi soggettivi di coscienza – delta, theta e alfa – ci troviamo con solo due grandi bande di frequenza cerebrale: quella dei cosiddetti ritmi di onde lente o basse (delta, teta e alfa) e quella del cosiddetto ritmo delle onde rapide o alte: beta. Questo ci porta a due modalità totalmente distinte, per certi aspetti opposte, di elaborare l’informazione. Questi due modi di elaborare l’informazione corrispondo l’uno all’emisfero cerebrale destro (ECD) e l’altro all’emisfero cerebrale sinistro (ECS). Devo precisare che questa lateralità del cervello è un fatto scientifico, sebbene debba altresì precisare che, in caso di emergenza, ognuno dei due emisferi può assumere quasi tutte le funzioni dell’altro, benché nell’assumerle non possa esercitarle con la stessa perfezione dell’emisfero cerebrale a cui propriamente corrisponde. Dall’altra parte, anche se parlando di emisferi cerebrali mi riferisco alla zona della corteccia cerebrale – di recente acquisizione –,è fuori dubbio che il complesso rettiliano e il sistema limbico, che taluni considerano poco più che residui da abbandonare di quello che un tempo noi fummo filogeneticamente, sono tuttavia responsabili di molte delle funzioni – alcune così trascendenti come l’affettività – che caratterizzano l’emisfero destro. Ma ciò che qui importa è il fatto che il nostro cervello, al pari del mitico Giano, è bifronte, è scisso in due e ognuno di questi due emisferi – ossia di questi due cervelli – è poco meno che un avversario per l’altro, perché ognuno vede la realtà in maniera del tutto diversa; ed entrambi ignorano di appartenere a una stessa e unica persona. Dobbiamo sapere, dunque, come elabora l’informazione ognuno dei due emisferi cerebrali. Di entrambi sappiamo già che il destro, quello che governa la parte sinistra del corpo, percepisce in modo soggettivo. Mentre il sinistro, quello che governa la parte destra del corpo, ha la sua caratteristica fondamentale nella capacità di oggettivare, di scindere la realtà fra un dentro e un fuori, tra l’io e l’altro.
(Joaquin Grau)