La responsabilità di essere madre


(Joaquin Grau – traduzione di Maria Luisa Cozzi) 

Ai tempi dei nostri nonni, ed a volte ancor oggi, la gravidanza era considerata un po’ come se la donna stesse tenendo in incubazione un tumore benigno che, in modo più o meno semplice, avrebbe espulso dopo nove mesi. Per cui si trattava di sopportare pazientemente il fastidio e tutt’al più capire che quella protuberanza-bebè comincia ad avere una propria entità quando, nella gravidanza avanzata, dà segni di vita con qualche bella pedata nella pancia che lo ospita.
Ai giorni nostri si sa che quello che annida una madre gravida non è qualcosa di simile ad un’escrescenza tumorale benigna, ma un essere in crescita che richiede determinate cure per non andare a male. Ma tra queste cure raramente si includono le dovute attenzioni emozionali. In generale, la medicina ufficiale continua a considerare il nascituro un tumore benigno, sia pure bisognoso di un maggior controllo ed attenzioni di carattere soprattutto medico, senza tener conto (o tenendo in scarsissimo conto) la simbiosi emozionale con la propria madre in cui vive il nascituro.
Anatheóresis® invece sa bene, ed anche alcuni ostetrici cominciano a saperlo, qual è il processo di maturazione percettiva che vive il nascituro nel grembo materno. Si sa quindi che la sua vita è la vita emozionale che corrisponde ai ritmi cerebrali lenti. E che tali emozioni, traumatiche o gratificanti che siano, sono quelle che stanno conformando le strutture sinaptiche iniziali: le autostrade su cui poi circolerà il pensiero. Autostrade suscettibili di essere più o meno ammalorate da certi impatti emozionalmente traumatici che non solo ci apparterranno alla nascita ma saranno diventati noi stessi. Perché attraverso di esse circolerà il nostro modo di essere ed agire. E saranno esse a dirigere la nostra vita, dal momento che saranno i nostri desideri ed i nostri timori.
E chi traccia queste autostrade? Ogni figlio è soprattutto della madre. Non va dimenticato che il nascituro non esiste da sé. Il nascituro è la madre. Il nascituro – in maggiore o minor misura, a seconda del mese di gestazione in cui si trova – è un innesto che vive mimetizzato con la madre e che solo alla nascita inizia una vita propria. Benché in realtà non sarà propria perché si porterà dietro quello che, emozionalmente buono o cattivo, gli sarà giunto da sua madre.
Tenendo conto del fatto che è la madre ad ospitare nel suo seno il figlio e che lo ospita non come qualcosa di estraneo ma di unito a lei, che è lei; e sapendo che la percezione del nascituro è solo e soltanto emozionale, non c’è dubbio – e la terapia Anateoresi lo ha comprovato – che le emozioni che vive il nascituro sono quelle che vive la madre anche quando ad averle causate sia stata un’altra persona.
Immaginiamo un padre che torna a casa ubriaco e picchia la moglie incinta. Il nascituro non soffrirà – e non immagazzinerà come memoria sentita – lo stato animico del padre ma il modo emozionale con cui la madre riceva quel maltrattamento. Perché quello che arriva al nascituro è la risposta sentita della madre all’atteggiamento aggressivo del padre. E non c’è dubbio che di fronte ad uno stesso fatto la risposta di una madre gestante può essere molto diversa dalla risposta di un’altra, che dipende da come sia la biografia emozionale di danni subiti di ciascuna madre. Dato che il canale di emozioni che ogni madre è per il proprio figlio nascituro continua ad avere le sue specifiche impurità. E ciò modifica il messaggio. Così, di fronte ad un’aggressione una madre può comprendere lo stato di suo marito e l’altra, invece, reagire con l’odio più profondo verso di lui. Un odio che raccoglie in modo globale il nascituro.
E quali sono i danni peggiori che una madre può trasmettere? Anzitutto si deve tener conto che ciò che un adulto può considerare i danni peggiori non sono necessariamente quelli che possono danneggiare di più un nascituro. Questo per la semplice ragione che la gravità di un danno nei primi stadi di percezione dipende fondamentalmente dalla capacità percettiva che un nascituro ha per difendersi. Così, è particolarmente grave non accettare emozionalmente la gravidanza dal momento che tale emozione la madre la trasmette ad un preembrione. Ossia ad un essere senz’alcuna capacità di difesa percettiva.
D’altro canto, è importante tener conto che ci sono due tipi di danni: quelli emozionalmente ininterrotti e di fondo, senza un fatto concreto, e quelli puntuali. Così, è particolarmente grave che una madre stia trasmettendo, per il solo fatto di averlo, uno stato emotivo negativo caratteristico della sua personalità di fondo. Una madre depressiva, per esempio. E questo perché tali emozioni sono un tratto fondamentale che man mano colorano emozionalmente il processo di maturazione percettiva del nascituro. Un po’ come se una di queste madri stesse tingendo la statua-figlio che sta formando con una certa colorazione. Qualcosa, quindi, che diventa già parte della personalità di fondo del futuro bambino. Qualcosa, d’altro canto, difficile da ripulire perché tale colorazione in gran misura sarà l’io del figlio.
L’altro danno, quello puntuale, presuppone l’esistenza di un fatto. Per esempio, la caduta sopra il ventre di una madre gestante o la paura vissuta da una madre gestante di fronte a una rapina a mano armata. In entrambi i casi sappiamo che l’impatto che riceve il nascituro non è il fatto ma l’emotività con cui la madre vive il fatto. E non solamente secondo il tipo e grado con cui lo viva la madre, ma anche a seconda dello stato percettivo – più o meno maturo – del nascituro. Però, anche ammettendo che sia importante l’impatto traumatico emozionale che comporta un fatto puntuale, si tratta in definitiva di qualcosa che accade una volta, non di qualcosa che fa parte della natura caratteriologica della madre.
A questo punto va chiarito che un fatto puntuale può, ciononostante, essere motivato da un danno di fondo. Va anche chiarito che gli impatti di fondo sono particolarmente gravi per il nascituro a causa della loro persistenza. Ecco perché un danno puntuale, per il fatto di non essere persistente, anche se può essere considerato grave dalla mente razionale di un adulto può tuttavia non aver lasciato traccia traumatica nel nascituro. La cosa grave non è che una madre manifesti il suo rammarico accorgendosi di essere incinta, la cosa grave è mantenere questo sentimento di non accettazione un mese dopo l’altro.
L’esperienza apportata dalla terapia Anateoresi ci avverte della necessità che ogni donna gestante tenga conto che nel suo seno si forgia il futuro di suo figlio. E quel che più importa è che sappia che dare alla luce il figlio che ha sognato è qualcosa che sta nelle sue mani. Cosa che sfortunatamente non possono dire i genitori adottivi né coloro che si servono di una madre in affitto. Dirò di più: questi genitori che ricevono un figlio portato in grembo da un’altra madre hanno pensato qualche volta che ricevono un figlio che arriva con un messaggio di futura personalità già sbozzato nel proprio cervello emozionale?