Che cosa cura l’anateoresi?


(Joaquin Grau – traduzione di Maria Luisa Cozzi) 

Si può affermare che, in via di principio, l’anateoresi può curare tutto. E che a nessuno venga in mente, per favore, leggendo ciò, che io stia vendendo la tanto cercata panacea. Se affermo che, in via di principio, l’anateoresi può curare tutto, è perché tale terapia concepisce la malattia in modo nuovo e molto diverso dal solito. Penso che non sia necessario ripetere come concepisce la malattia l’anateoresi, perché questo libro, tutto quanto, non è altro che la descrizione di quest’altra medicina.
Aggiungerò solo che questo modo nuovo e diverso di concepire la malattia, quest’altra medicina che è l’anateoresi, si fonda su di un paradigma globalizzante. Anateoresi, essendo un trattato di terapeutica theta, non spezzetta il corpo e non fa di ciascuno di questi pezzi una medicina, né divide e suddivide la malattia finendo per creare una malattia per ognuna di tali divisioni, e, siccome non divide il malato dalle malattie, non aggredisce le malattie sapendo che sarebbe come aggredire l’ammalato stesso: dato che lui, e solo lui, è la sua stessa malattia. In una occasione, uno dei miei allievi medico mi domandò se potevo tentare di risolvere un caso di immobilizzazione a causa di un’emiplagia. Io, siccome bisogna essere modesti e tenuto conto che niente e nessuno aveva potuto riabilitare l’infermo a cui si riferiva, dissi che l’anateoresi non arrivava fin lì. Ebbene, quell’allievo, con più fede di me nella mia terapia, portò l’emiplegico a un’autoscopia – ovviamente in ISRA – e trovò nella zona paralizzata un punto di luce che gli permise di iniziare un processo di mobilizzazione corporea. Successivamente, altri anateorologi hanno ottenuto successi ancor più clamorosi con casi analoghi.
Perciò adesso preferisco non porre alla mia terapia altri limiti che quelli inerenti la sua stessa tecnica. Preferisco dire che può curare tutto. Non che cura tutto. Ma che si può tentare tutto, sempreché il paziente, non la malattia, sia disposto pure lui a tentare. In fin dei conti, si tratta solo di stabilire un’adeguata comunicazione, prima tra il terapeuta e il paziente, poi del paziente con se stesso. E un’adeguata comunicazione con noi stessi e con gli altri è ciò che chiamiamo salute.
La domanda non deve essere: «Che cosa cura l’anateoresi?»
Di fatto, in anateoresi, la domanda non dovrebbe essere: che cosa può curare, ma semplicemente e senz’altro: il tipo di mali che mostra il paziente mi permette di utilizzare questa terapia? E, se i mali lo consentono: come la focalizzo tenuto conto del modo in cui il paziente ha attualizzato uno o più CAT della sua biografia occulta? Perché la malattia, non importa quale, ha sempre radici emozionali. E nel sostrato di ogni malattia c’è sempre quell’impatto scatenante che è il sentimento di cessare di essere: che in beta conosciamo come paura di morire. Perché l’unica cosa che la vita non vuole è cessare di essere. Perciò cerca scappatoie beta esplicative – analgesiche – che sono solo una compensazione interpretativa.
(Joaquin Grau)